Un bambino di 10 anni. Il caso di Brando

Quando lo incontriamo, Brando ha dieci anni. È tetraplegico ma anche disfagico, non parla, non si nutre.

Ha una gran bella espressione, simpatica. Siamo certi di comunicare con lui: gli parliamo, gli tocchiamo il cuscinetto dei capelli e lui ride felice col suo sorriso muto.

Che bello quel gioco di segni ed espressioni che ci rende tutti allegri come vecchi amici che si ritrovano per caso davanti all’ospedale.

I genitori sereni e tranquilli gli parlano come se lui rispondesse e sembrano comprendere sempre le sue richieste.

Entriamo nel loro gioco e ci troviamo felici, nel dire e ascoltare emozioni mute, fatte di energie ed emozioni sconosciute, sono le quattordici.

La storia di Brando è iniziata il 26 giugno del 2006.

La madre Debora è stata ricoverata nel reparto di ginecologia dell’ospedale vicino a casa nel momento in cui le contrazioni sono iniziate.

Il parto non è stato una passeggiata e la madre ricorda delle spinte dolorose sul ventre, forse è stata effettuata la manovra di kristeller, anche se all’interno delle cartelle cliniche non sono segnalate criticità.

Brando rimane in culla per quasi 50 minuti prima di essere spostato in neonatologia: la madre aveva l’impressione che in quei lunghissimi 50 minuti suo figlio avesse difficoltà a respirare.

Una volta arrivato in neonatologia sono iniziati gli esami e nella cartella clinica compaiono alcune voci allarmanti:

  • dopo il ricovero i pediatri segnalano “tremori grossolani al pianto”;
  • Il giorno 27 alle ore 17 in cartella si annota: “irritabilità, ipertono”;
  • Alle ore 22,50 dello stesso giorno “tremori grossolani “.

Il 28 giugno, dopo ulteriori approfondimenti, Brando viene trasportato a un’unità specialistica presso un ospedale vicino.

Ormai però la sua conduzione è irreversibile.

La storia di Brando ci racconta di gravi mancanze assistenziali e mediche

Quando Debora ci guarda in un modo che si può solo sentire, non ci sono parole per rappresentarlo, e ci dice che spera di avere un po’ di tranquillità, ci sentiamo abbandonati dalle poche energie rimaste.

Sappiamo cosa intende, quell’espressione si chiama: senso di colpa.

Dimostrare la colpa dei sanitari la solleverebbe.

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