Quando un secondo parere ti cambia la vita. La storia di Maria

Maria ha quasi quarant’anni.

Ha un marito che la ama, due figlie di cui andare orgogliosi, una bella casa e una palla nell’utero.

Maria si sottopone a un controllo al termine del quale viene tranquillizzata dagli operatori che le dicono di non preoccuparsi: non è niente di grave, ma dato che sta crescendo un po’ troppo velocemente, forse è meglio toglierlo.

Vengono effettuati tutti gli esami necessari e i risultati sono confortanti, ma giunti a parlare di intervento le viene fatto firmare il consenso informato con il quale Maria autorizza i medici, in presenza di complicazioni o responso diretto, ad asportare completamente l’utero.

Poco prima di entrare in sala operatoria il chirurgo le stringe la mano ribadendo che si tratta solo di un mioma e che, di conseguenza, non ha di che preoccuparsi.

Maria si sottopone all’intervento con serenità, salvo risvegliarsi e accorgersi che “per prudenza e data la sua giovane età” i medici le hanno praticato un’isterectomia completa.

«Meglio non correre rischi» affermano «L’esame intraoperatorio ha rivelato che il mioma diagnosticato era in realtà un tumore, quindi per prudenza è stato preferibile agire così».

Maria è frastornata.

Torna a casa con la terribile sensazione di aver perso una parte di sé molto importante e, venti giorni dopo, si reca al controllo chirurgico e oncologico sentendosi ancora disorientata nonostante i medici siano ottimisti.

Gli esiti del controllo, però, le riservano una pessima sorpresa: oltre a confermare quanto emerso dall’esame intraoperatorio, il laboratorio afferma che il tumore è veramente molto grave e di un tipo estremamente raro.

La diagnosi, a quel punto, assume le tinte fosche di una condanna: cinque anni di vita come massima aspettativa.

Davanti a lei si profila lo spettro di un pesante trattamento chemioterapico, dalle sicure devastanti ripercussioni fisiche, ma dalle scarse garanzie di efficacia.

Esce dal controllo in condizioni pietose e incontra il chirurgo che l’aveva operata, il quale, messo a conoscenza degli ultimi sviluppi, la invita a richiedere i vetrini per inviarli presso un altro Istituto al fine di verificare l’esattezza della diagnosi.

Natale si sta avvicinando e Maria non riesce a smettere di pensare che sarà l’ultimo della sua vita, precipitando sempre più in una profonda angoscia.

Il chirurgo però insiste: deve richiedere un secondo parere; è un suo diritto.

Le suggerisce anche un Istituto al quale rivolgersi, a Barcellona, ma Maria è talmente stordita che gira a vuoto non sapendo più se si tratti di realtà o solo di un terribile incubo, finché suo marito non decide di scuoterla dal torpore in cui sembra invischiata e, dandole conforto, la convince a inviare i vetrini in Spagna.

Nessuno dei due nutre troppe speranze, ma insieme decidono di compiere anche questo ulteriore passo.

Oggi, a distanza di tempo, Maria ricorda quelle sere che precedevano il Natale, quando metteva a letto le bambine per poi chiudersi in camera insieme al marito e dare sfogo a tutta la disperazione, piangendo stretti l’uno all’altra nella convinzione che il futuro riservasse solo sofferenza e che quel Natale sarebbe stato davvero l’ultimo trascorso tutti insieme.

Anche le bambine, accortesi del pianto a cui i genitori si abbandonavano ogni notte, avevano iniziato a chiedere il perché di quel comportamento, scavando così una ferita ancora più profonda nella disperazione della coppia.

Giunge la vigilia di Natale.

La cena viene consumata mascherando fin dove possibile la tristezza a beneficio delle piccole, ed è davvero tardi quando il telefono squilla.

È l’Istituto di Barcellona.

Si scusano tanto per l’ora, ma pensano che la notizia sia troppo importante per attendere la mattina successiva: hanno appena effettuato gli esami sui vetrini e questi sono risultati puliti.

Nessun tumore.

Nessuna chemioterapia da subire.

Maria sta bene.

La notizia è il più bel regalo di Natale che i due potessero attendersi, ma la gioia del momento viene stemperata dall’amarezza dei giorni trascorsi macerandosi nell’angoscia, tanto che Maria e il marito decidono di rivolgersi a noi per ottenere giustizia e placare il senso di frustrazione che li aveva accompagnati fino ad allora.

dal libro Paziente Preparato Paziente salvato

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