La mancanza di verifiche e informazioni ci può uccidere. La storia di Massimo

Massimo ha cinquant’anni.

Lo incontro a Torino, durante una giornata di ricevimento, e mi dice di essersi trasferito in Piemonte dalla nativa Puglia, dove ha lasciato una moglie, due figlie, un impiego alle Poste e la vita.

Ha lasciato anche una moto, altra grande passione a causa della quale gli si sono spalancate le porte di un inferno personale che lo ha condotto a sedersi davanti a me.

Ma andiamo con ordine.

Massimo era in buona salute e godeva di una discreta forma fisica, quando una banale caduta dalla moto a bassissima velocità lo spinge a effettuare dei controlli ospedalieri a causa di un fastidioso dolore al costato che non vuole sapere di andarsene.

La diagnosi è lapidaria: tumore al polmone.

Perde la testa e, certo del fatto che gli resti veramente poco da vivere, non chiede un secondo parere lasciandosi sopraffare dal proprio dolore e da quello dei familiari. Ha così inizio una sistematica opera di autodistruzione che lo porterà in breve tempo a perdere tutto: famiglia, lavoro, amicizie.

Si trasferisce a Torino in attesa della fine, ma qui un ulteriore accertamento mette in luce un fatto ancor più sconvolgente: il tumore è sparito.

O forse non c’è mai stato.

È a questo punto che Massimo viene da me, ma determinazione e spirito combattivo sono ormai sepolti sotto a strati impenetrabili formati dai sensi di colpa e dalle scelte compiute che hanno coinvolto tanto brutalmente le persone che lo amavano e che lui amava a sua volta.

Fatica a mettere insieme la documentazione necessaria all’istruzione della pratica per la verifica dell’esistenza di responsabilità medica, e i tempi si dilatano ulteriormente finché, senza appuntamento, Massimo si ripresenta da me stravolto dal dolore per la vita distrutta.

È solo un saluto quello che porta con sé, oltre a un’ulteriore pessima notizia: mi racconta come da poco tempo gli sia stato diagnosticato un nuovo tumore, al pancreas questa volta, lasciandogli solo pochi scampoli di tempo da vivere.

Ma Massimo ha anche un preghiera.

Mi chiede di portare avanti la sua pratica per far sì che i familiari possano ricevere un indennizzo che, seppure infinitesimale davanti alla sofferenza patita, sia in grado di rappresentare il suo estremo tentativo di prendersi cura dei suoi cari.

Se ne va lasciandomi con la certezza che quel calvario, in un modo o nell’altro, era giunto al termine e che non l’avrei più rivisto.

E così è stato.

Ho potuto incontrare la famiglia, nei tempi immediatamente successivi, ma solo questo mi fu possibile.

Massimo è la testimonianza di come una diagnosi errata possa colpirci senza pietà, precipitandoci nel più profondo sconforto e distruggendo non solo lo spirito, ma anche il corpo.

dal libro Paziente Preparato Paziente salvato

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