Dimissioni consapevoli ed errore medico. Una mia testimonianza

Milano.

È il sette di ottobre e la mia giornata sta procedendo nel migliore dei modi: tutti i casi corrispondenti agli appuntamenti fissati per quel giorno si presentano come meritevoli di attenzione.

A un tratto, però, scorgo in un angolo della sala d’attesa un uomo che se ne sta in piedi appoggiato al muro.

È alto e magro.

Magro come chi ha perso peso troppo in fretta e non ha ancora avuto il tempo o la voglia di comprare dei nuovi vestiti, con il risultato che quelli indossati lo fanno sembrare caduto in un sacco.

Conosco quel tipo di dimagrimento: è dovuto a una dieta ferrea o a una malattia... e la dieta difficilmente ti lascia sul volto la maschera di sofferenza e disperazione che indurisce i lineamenti di quell’uomo.

Pensavo fosse in attesa del luminare che quel giorno era in forte ritardo, ma poi mi sono accorto che stava aspettando proprio me, con due ore di anticipo rispetto all’appuntamento concordato.

Quando lo ricevo inizia a raccontarmi una storia straziante: sua moglie era stata dimessa dopo un ricovero ospedaliero, senza la prescrizione di un farmaco banale, ma per lei da considerarsi come un salvavita da assumere per sempre.

Cosa ben più grave, era stata dimessa senza che i medici avessero spiegato nei dettagli ai coniugi l’importanza della terapia e la sua irrinunciabilità a partire da subito.

L’uomo e la donna fanno ritorno a casa, felici come tutti coloro che lasciano una struttura sanitaria con una cartella di dimissioni sottobraccio, e dimenticano di acquistare il farmaco, pertanto l’assunzione dello stesso viene rimandata al giorno successivo.

Ma il giorno successivo la terapia non ha più motivo di essere somministrata: lei muore.

L’uomo racconta e piange.

Un pianto sommesso, ma al tempo stesso disperato; unito a un’espressione che gli deforma il volto e che parla di morte tra i vari “se avessi fatto” e “niente e nessuno mi restituirà mia moglie” ai quali, nonostante li abbia ascoltati migliaia di volte, fatico sempre ad abituarmi.

Cerco di comprendere al meglio le dinamiche che hanno guidato gli avvenimenti e lo incalzo con metodo per farlo parlare; tutto mi sembra troppo lineare.

Emerge il racconto di due vite spezzate dopo anni e anni vissuti all’insegna di una simbiosi quasi totale: entrambi 66enni; lui egiziano, interprete e perito per il tribunale, ora in pensione; insieme da quarant’anni senza mai lasciarsi; sempre insieme; sempre soltanto loro due.

Mi dice che sente di non poter andare avanti a lungo senza la sua compagna di tutta una vita, e io gli credo: l’estrema magrezza e i vestiti troppo larghi non fanno altro che confermare l’impressione ricavata poco prima, quando lo avevo notato in piedi accanto alla parete.

«Non ho mai pianto in vita mia» racconta «E adesso passo tutto il giorno con gli occhi pieni di lacrime, ovunque mi trovi. Provo una terribile vergogna anche per questo».

Mi chiede di promettergli che indagherò, cercando ogni prova atta a svelare i motivi per i quali sua moglie se n’è andata per una causa apparentemente tanto sciocca.

Io non voglio illuderlo con false speranza, ma gli assicuro che farò esaminare il caso con tutta l’attenzione necessaria e, al momento dei saluti, l’uomo mi ringrazia per quel barlume di speranza che ho fatto brillare davanti ai suoi occhi.

Lo accompagno alla porta e cerco di accomiatarmi da lui in modo da trasmettergli tutto il sostegno possibile, rendendomi conto che una stretta di mano non basta, allora lo abbraccio, ma cerco anche di non eccedere dal lato emotivo mantenendo un atteggiamento professionale… ne esce un mezzo abbraccio che mi lascia titubante.

L’uomo, invece, sembra trarne un’energia inattesa e lo ricambia quasi gridandomi quanto quel gesto abbia significato per lui.

Io mi sento a disagio: avrei dovuto oltrepassare la barriera della formalità e stringerlo a me come il cuore mi suggeriva, anche perché immagino con esattezza ciò che lo attende: una vita disperata che non durerà a lungo; e anche la fine sarà terribile.

Una morte ne provocherà a breve un’altra, e io rimango lì a chiedermi se si sarebbero potute evitare entrambe.

dal libro Paziente Preparato Paziente salvato

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